venerdì 22 febbraio 2008

La prepotenza della ragione


















Sacro
, dal lat. sacer: "appartenente al Dio"; quindi "altro", "separato" rispetto al mondo umano.
Religione, etimologia incerta; da religàre: "allontanare, dividere", che sottolinea la separazione tra le cose sacre e profane; quindi anche circoscrivere, recintare.

La religione, circoscrivendo, recintando la dimensione non razionale del sacro (che non consiste nel solo soprannaturale, ma è anche natura, istinto, pulsione, malattia e morte), la custodisce, ma allo stesso tempo pone un "esterno" del recinto; spazio ove edificare il "tempio della ragione".

Persa ogni “fedeltà alla terra", la dimensione del sacro viene perduta.
La religione non è più custode del sacro, ma scende a patti con il dia-volo; la Chiesa Cattolica, ad esempio, si occupa di morale sessuale e di contraccezione; di aborto e di eutanasia; di divorzio, scuola pubblica e privata; di tasse e di famiglia: parla molto dell’Uomo e poco di Dio; non offre reali risposte alla solitudine e all'angoscia che affliggono gli uomini.

Gli dei e gli eroi del mito custodiscono la memoria di quel tempo antecedente la storia, in cui l'uomo era partecipe dell'Ordine cosmico: dimensione contemplativa della sacralità.

Con la comparsa della coscienza avviene la desituazione dell'uomo verso una dimensione di tipo decisionale-progettuale; atto volitivo che pone valori e fini, e ponendo fini, infrange l’armonia dell'Ordine: in ciò consiste l'insanabile divario fra uomo e natura, fra legge morale e fatti naturali.

“Natura! Ne siamo circondati e avvolti - incapaci di uscirne, incapaci di penetrare più addentro in lei. Non richiesta, e senza preavviso, essa ci afferra nel vortice della sua danza e ci trascina seco, finché, stanchi, non ci sciogliamo dalle sue braccia. Crea forme eternamente nuove; ciò che esiste non è mai stato; ciò che fu non ritorna - tutto è nuovo, eppur sempre antico. Viviamo in mezzo a lei, e le siamo stranieri. Essa parla continuamente con noi, e non ci tradisce il suo segreto. Agiamo continuamente su di lei, e non abbiamo su di lei nessun potere. Sembra aver puntato tutto sull'individualità, ma non sa che farsene degli individui. Costruisce sempre e sempre distrugge: la sua fucina è inaccessibile… Il dramma che essa recita è sempre nuovo, perché crea spettatori sempre nuovi. La vita è la sua più bella scoperta, la morte, il suo stratagemma per ottenere molta vita... Alle sue leggi si ubbidisce anche quando ci si oppone; si collabora con lei anche quando si pretende di lavorarle contro... Non conosce passato né avvenire; la sua eternità è il presente… Non le si strappa alcuna spiegazione, non le si carpisce nessun beneficio, ch'essa non dia spontaneamente… È un tutto; ma non è mai compiuta. Come fa oggi, potrà fare sempre.”

J. W. GOETHE, Frammento sulla natura

La natura, la “grande madre”, ospita indifferente la vicenda umana: i singoli individui interessano solo in quanto riproduttivi, per la sopravvivenza della specie: siamo ciò che vediamo, nulla più.
I sogni, le storie, i progetti, le biografie, la ricerca di senso che inseguiamo durante il breve corso delle nostre vite; nulla di questo interessa alla natura: ad essa non appartengono giudizi di valore; per questo crudeltà, morte e dolore mantengono la loro "innocenza", in ordine alla natura: “…la morte, il suo stratagemma per ottenere molta vita”.

E’ il "disincanto" che porta l’uomo all'abbandono del sacro.
Esso si confronta continuamente con l'imprevedibilità del fato, o del destino: il grande livellatore di tutte le vicende umane. Per esorcizzare l'angoscia e la solitudine cui la terra lo ha relegato, l'uomo va alla ricerca delle stesse leggi che la governano: i principi d'identità, causalità e non contraddizione; la logica discorsiva e la logica matematica sono gli strumenti di questa ricerca. E’ il tempio della ragione.
Tutto ciò che non pertiene alla dimensione del razionale viene obliato.

Ma più l'uomo cerca di orientarsi verso argomenti razionali, più rischia di trascurare quelli arcaici e inconsci che accompagnano da sempre ogni suo atto, anche il più insignificante: il senso del simbolo, che, in senso junghiano, "non rinvia a cose note".

La soggettività umana ha origine da una radice simbolica, che, come il sogno ed il mito, sfugge ad ogni tentativo di comprensione razionale.
Il simbolo mette insieme l'ente e il suo contrario, sovvertitore dell'ordine razionale che ripudia ogni ambivalenza: il simbolo non è mai "questo" o "quello", nel senso in cui si connette un predicato ad un soggetto. Il simbolo è ciò in cui e da cui si pensa; il segno è il che cosa, che non libera messaggi simbolici.

La storia dell'Occidente è la storia della violenza portata al simbolo, ridotto a statuto segnico, puramente materiale; storia della prepotenza della ragione e della sua volontà uniformante secondo leggi prestabilite, volte al controllo dell'interferenza del fato nella vita dell'uomo.

La ragione è un'isola nel mare dell'irrazionale.” (Kant)

Con lo sviluppo delle proprie disposizioni, l'uomo si libera dall'istinto per mezzo della ragione.La ragione diviene misura di tutte le cose, origine di doveri e responsabilità, e consolida la propria supremazia attraverso l'idea di valore.

L'inconsistenza dei valori deriva dal fatto che a porli non è l'essere, ma l'uomo: i valori sono frutto della soggettività umana che valuta, poiché l'essere è stato degradato ad oggetto di rappresentazione, e quindi a valore.
I valori divengono allora scopi, che, stimolando l'appetitus, devono essere conseguiti dall'uomo in quanto soggetto razionale dotato di intelletto e volontà.
Anche la morale è soggettiva: in quanto "guida" nell'agire che rimanda a valori, è frutto dell'arbitrarietà delle valutazioni umane prodotte dall'attività rappresentativa e, quindi, da una soggettivazione.

Da qui nasce la difficoltà, interna alla filosofia, ma anche alla storia e alla politica, di fornire una determinazione oggettiva, ontologica, dell'interazione tra natura e principi pratici della ragione (morali, politico-giuridici).
L'impossibilità di rinviare ad un fondamento ontologico assoluto tra moralità e natura sancisce l'insensatezza della realtà prodotta dalle azioni umane, trascinando con sé tutta la ragione.

In questo è possibile scorgere la grandezza del pensiero di Nietzsche, ossia nell'aver smascherato l'inconsistenza di tutte le gerarchie di valori in cui l'Occidente si era assestato.

Ma con la "fine dei valori" rimane solo un orizzonte di annullamento, difficilmente sostenibile. Per questo, nel alveo del nichilismo, è ancora indispensabile un percorso etico; un paradigma per affrontare l'esistenza, che non neghi la morale in assoluto, ma che ne riproponga la virtù accidentale (un paradigma consapevolmente strumentale, ma che non incida sostanzialmente nell'essenza dell'uomo).

Ciò che è auspicabile non è quindi tanto la realizzazione di un uomo migliore, o “moralmente superiore”, ma un mutamento del modo di vivere e di “sentire” dell’uomo, da intendere in senso ontologico-metafisico, da privilegiare rispetto ai mutamenti del pensiero e ai mutamenti della vita morale: questa infatti ha una funzione meramente strumentale all'interno di una visione del mondo ancora superficiale, dualistica, fatta di giustapposizioni arbitrarie tra la parte e il tutto, uomo e natura, senzienti e non senzienti, viventi e non viventi, ecc..

Urge la necessità di un uomo nuovo che sopperisca non tanto a mancanze etico-civili, etico-intellettuali ed etico-estetiche, bensì a qualità inerenti la sfera emotivo-affettiva, una ristrutturazione dei paradigmi cognitivi o concettuali (Gestalt) in vista di un “mutamento o allargamento della sensibilità umana”.

Una logica "terza"

I doni oggi si fanno e si ricevono solo a Natale, Pasqua e in poche altre occasioni prestabilite come ad esempio i compleanni. Non è considerato "normale" infatti fare regali senza un motivo specifico: il dono è un'eccezione.

Lo scambio non nacque, come oggi siamo forse portati a supporre, con la transazione monetaria: le relazioni tra uomini nascono con lo scambio di doni.
Scambio che viene avviato con un dono di una delle parti all'altra, la quale si sentirà in obbligo di contraccambiare tale dono, innescando cosi una catena di scambi.
Il cosiddetto dono è quindi in realtà vincolo di una relazione reciproca, che ha alcune obbligazioni, per quanto esse non siano legate ad alcuna regola scritta: l'obbligo di dare, l'obbligo di ricevere, l'obbligo di restituire più di quanto si è ricevuto.

L'economia del dono, che fondava e garantiva la coesione delle comunità primitive, si contrappone all'economia di mercato, la quale si basa invece sul valore di scambio o valore commerciale.
Non sono solo gli oggetti a circolare, con il dono è anche lo spirito del donatore a viaggiare, dando cosi vita a un legame tra gli individui che va ben al di là del puro scambio economico.
Ecco allora che l'atto del donare non si limita a un passaggio di beni, ma mette in gioco la totalità della persona umana nella sua soggettività.

Con il termine "spirito" mi riferisco a quel che in molte lingue oceaniche viene indicato con il termine "mana": una qualità o essenza interiore indescrivibile, associata a sentimenti di meraviglia e rispetto. Il concetto del "mana", in senso generalizzato, viene talvolta interpretato come il sentimento soggiacente a tutte le forme di religione, spiritualità e magia: gli elementi fondanti l'identità e la cultura di ogni popolo.

Il dono trascende la razionalità della legge economica che governa la circolazione degli oggetti di consumo per inoltrarsi nella sfera irrazionale della soggettività umana, nei suoi archetipi e nei suoi simbolismi. Nella sua innocenza, lo spirito conosce solo l'accettazione incondizionata o il rifiuto senza esitazione. Per questo spesso avvertiamo un senso di costrizione nel ricevere un dono e ci sentiamo in dovere di contraccambiare: non è l'oggetto che si scambia, ma il mana, la soggettività del donatore, che ci viene in qualche modo imposta. Gli oggetti sono solo il simbolo di questa soggettività: l'anello, la collana d'oro, ecc..

Soggettività che si confrontano, si sfidano, si contrappongono, giochi di potere: questo è ciò che il donare sottende all'apparente gratuità del gesto.

"Nelle società occidentali si porrà, ogni giorno con maggiore acutezza, la questione di sapere se è possibile fare appello allo spirito del dono per uscire dai vicoli ciechi che esse hanno imboccato e che, anche a causa della crisi economica e politica, si rivelano sempre più carichi di minacce...Non è dunque un Dio che solo potrebbe salvarci. E' lo sviluppo di una logica terza, in parte fondata sul dono, il volontariato e l'impegno gratuito, sull'investimento libero e volontario in compiti d'interesse comune"

(A. Caillé, Il terzo paradigma)

Disce gaudere

"E' preoccupato e insicuro l'uomo che si lascia sedurre da una qualche speranza, anche se l'ha a portata di mano, anche se non è difficile a realizzarsi, anche se non è mai stato deluso nelle sue attese. Impara innanzi tutto a gioire, Lucilio mio. Pensi davvero che ti voglia privare di molti piaceri perché allontano i beni fortuiti e ritengo che si debba evitare il dolce conforto della speranza? Anzi, al contrario, non voglio che ti manchi mai la gioia. Voglio, però che ti nasca in casa: e nasce, purché scaturisca dall'intimo. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore; rasserenano il volto, ma sono fugaci, a meno che tu non giudichi felice uno che ride: l'animo deve essere allegro e fiducioso ed ergersi al di sopra di tutto. Credimi, la vera gioia è austera. […] I metalli vili si trovano in superficie: i più preziosi sono nascosti, invece, nelle viscere della terra, e procurano un compenso maggiore a chi ha la costanza di scavare. Quei beni di cui si compiace la massa danno un piacere inconsistente e superficiale: ogni gioia che viene dall'esterno manca di fondamenta: questa, di cui ti parlo e alla quale cerco di condurti, è reale e si spiega più intensamente nell'intimo. Ti prego, carissimo, fa' la sola cosa che può renderti felice: distruggi e calpesta questi beni splendidi solo esteriormente, che uno ti promette o che speri da un altro; aspira al vero bene e godi del tuo. Ma che cosa è "il tuo"? Te stesso e la parte migliore di te. Anche il corpo, povera cosa, benché non se ne possa fare a meno, stimalo necessario più che importante; ci procura piaceri vani, di breve durata, di cui necessariamente ci pentiamo e che, se non li frena una grande moderazione, hanno un esito opposto. Questo dico: il piacere sta sul filo, e si muta in dolore se non ha misura; ma è difficile tenere una giusta misura in quello che si crede un bene: solo il desiderio, anche intenso, del vero bene è senza pericoli."

Tratto da: Epistulae Morales ad Lucilium, Seneca.

Il termine "voluttà" (dal latino vòlup: "cosa piacevole") designa un piacere esterno all'uomo, riposto in oggetti che non sono dati definitivamente, ma temporari; un piacere che non dura sempre, ma quanto vuole il concedente e per questo destinato ad estinguersi in breve tempo.
Dalla dimensione della precarietà del diletto ha origine il timore della privazione, nonché il desiderio di continuazione o di aumento dello stato piacevole. E' nella seduzione operata dal desiderio che si risolvono il piacere e l'appagamento subitanei; ma anche il dolore, quando l'oggetto del desiderio viene a mancare.

L'attuale condizione dell'uomo è una condizione di sconcertante inaridimento emotivo e degrado morale, precipuamente legata alla crisi degli ideali, alla fine di ogni speranza.
Solo il mercato dei consumi sembra interessarsi ed offrire una possibilità di fuga da questo soffocante nulla interiore: anime assopite, private della forza, a cui bastano "una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute", secondo Nietzsche.

Il futuro è inintelligibile, la memoria cancellata: rimane solo un eterno presente, formato da flussi di sensazioni; l'uomo vive come relegato all'interno dei propri pensieri, del tutto separato dall'ambiente che lo ospita. Rimane in piedi solo la logica, la quale è così forte che l'uomo, di fronte ad essa, si convince di essere di fronte a verità.

Ma questa verità è più simile ad uno schema senza contenuto; e questi uomini paiono più delle conchiglie vuote trascinate alla deriva dalla corrente.

Una natura, quella umana, che tende in qualche misura all'assoluto, ma che regolarmente fallisce; quasi un moto naturalmente accelerato verso il delirio: la ricerca di senso si risolve in vaniloquio e mancanza di motivazioni. La realtà percepita viene continuamente deformata sul piano dei sentimenti (viene meno la sensibilità umana) sia sul piano dell'estetica (confusione tra generi e orientamenti sessuali).

Il coraggio è acquietato dal conformismo; l'ideale polverizzato dalla dimenticanza di sé: non c'è più sete.
Il bicchiere è, e rimane vuoto.

giovedì 21 febbraio 2008

Corpo, Anima e Spirito

Gli stati del'uomo, come gli stati della natura, sono tre: la dimensione del corpo, luogo degli istinti e delle pulsioni primordiali; la dimensione pneumatica, luogo dello spirito, ossia della ragione e dell'intelletto; infine, la dimensione dell'anima, che è innanzitutto lo spazio del cuore e dei sentimenti; non il languido contraltare della ragione, ma il luogo dell'autentica forza emotiva dell'uomo.

Perchè il gesto morale acquisisca valore fondante, ontologico, deve necessariamente esserci sintonia tra cuore e pensiero, tra pensiero e gesto: solo così l'azione umana può essere consapevolmente forgiata dalla Volontà, frutto di una reale presa di coscienza del sé.

Quando il cuore si inaridisce e la parola non è più in grado di chiamare i sentimenti con il proprio nome; quando viene a mancare questa base emotiva e l'arido del deserto prende il sopravvento nell'anima degli uomini, allora si ha quell'orizzonte di annullamento nihilista da cui pare non esserci più via d'uscita: si perde il senso dell'esistenza, i gesti non hanno più un valore, né un nesso con la realtà; si perde il contatto con se stessi, viene meno la sensibilità umana.

Arthur Rackham - Sigfrido uccide il dragoQuando il cuore si inaridisce, il pensiero si fa più lucido e razionale e il gesto, nella sua freddezza, diviene tanto estremo quanto incomprensibile: giovani che si tolgono la vita per futili motivi, giovani che lanciano sassi dai cavalcavia, figli che ammazzano i genitori, stuprano le vicine di casa, si schiantano con l'automobile guidando ubriachi e impasticcati a folle velocità... e si potrebbe continuare ancora a lungo.

La verità è che tutti stiamo male (questa malattia chiamata "Uomo", come diceva Freud). Il dolore è condizione della vita stessa, tanto quanto lo è la felicità, della quale siamo costantemente alla ricerca e per la quale tanto ci prodighiamo. Questa sofferenza quotidiana, questo vuoto, questa lacuna da colmare, è la molla che accende il desiderio; un mostro insaziabile, inesauribile, che l'uomo tenta di soddisfare consumando piaceri immediati, che sono "piaceri negativi" perchè forniscono solo l'occasione per una momentanea "tregua" dalla sofferenza, non un congedo definitivo dal mal di vivere; non la felicità autentica, ammesso che questa sia realmente cosa concessa.

Come un anestetico che esaurisce il proprio effetto, così il piacere, il vero movente delle azioni umane, quando è futile e rapido ad estinguersi, fa si che si riaccenda il desiderio e che questo circolo vizioso riprenda, come nulla fosse, il proprio corso. Quello di cui abbiamo realmente più bisogno è di una Cura per l’anima: a ciò non occorrono pratiche magico-rituali, esorcismi, tarocchi e quant’altro; basta riconoscere ed educare i propri sentimenti, impiegare le proprie energie emotive coscientemente in armonia con la ragione e con il gesto. Occorre andare al di là dell’essenza nihilista del desiderio; un buon inizio sarebbe quello di accorgerci finalmente dell’esistenza di questo “mostro” che alberga dentro di noi e ci divora, ma di cui non abbiamo ciecamente mai sospettato. In forza di questa nuova consapevolezza, guardiamolo in faccia, ma non lasciamoci spaventare: per scacciarlo una volta per tutte, dobbiamo avere il coraggio di combattere, innanzitutto, contro noi stessi.